Lavoro durante la gravidanza: che rischi ci sono?

La legge italiana tutela la lavoratrice in dolce attesa concedendogli un periodo di astensione obbligatoria dal lavoro (5 mesi), la possibilità di prolungare tale periodo con la maternità, ma anche attraverso la maternità anticipata nel caso la donna svolga un lavoro a rischio.

Lavoro a rischio in gravidanza

  • se la lavoratrice svolge attività che includano: il sollevamento dei pesi, postura eretta da mantenere per molte ore, temperatura sfavorevole ( troppo caldo, troppo freddo o entrambi), attività stressanti con turni notturni, lavori soggetti a vibrazioni continue (sui mezzi di trasporto),
  • se la donna è esposta a: sostanze chimiche dannose, radiazioni ionizzanti (lavoro a rischio anche per le donne che allattano), ad agenti biologici

L'ambiente di lavoro per donne incinte

Proprio per garantire la sicurezza e la salute della futura mamma e del feto, l’ambiente di lavoro deve essere valutato come appropriato ai fini della gravidanza. Nel caso in cui la lavoratrice svolga un lavoro a rischio che rechi (a lei e al feto) problemi di salubrità e non sia possibile modificare la mansione della dipendente, il congedo obbligatorio sarà riconosciuto:
- Da tre mesi prima del parto
- fino a sette mesi dopo il parto

E' possibile cambiare mansioni durante la gravidanza

Se invece sia possibile spostare la lavoratrice ad un’altra mansione che non implichi alcun lavoro a rischio, la dipendente potrà svolgere attività di: ricerca, di portineria, lavori amministrativi e lavori in biblioteca. Svolgendo tali mansioni la lavoratrice dovrebbe trovarsi un ambiente salubre. Ovviamente ciò deve essere stabilito soggettivamente dalla donna in stato interessante.

Oltre ai lavori a rischio, ci sono anche una serie di accorgimenti che la gestante deve seguire come: non dovrà usare scale portatili, moderare l’utilizzo della fotocopiatrice e limitare quello del PC a 20 ore settimanali, evitare di esporsi a inutili pericoli (pavimenti scivolosi o spazi ristretti).

In conclusione in gravidanza, la lavoratrice deve evitare lavori a rischio e pretendere di svolgere un lavoro salubre per lei e il feto al 100%.

Licenziamento vietato

Secondo quanto è stabilito dalla legge italiana, il datore di lavoro risulta impossibilitato ad operare il licenziamento di una dipendente in gravidanza: tale “scudo” che favorisce i diritti delle neo mamme, vale dai primi mesi in cui la donna rimane incinta, fino a quando il bambino non raggiunga l'età di 12 mesi. Tale divieto non vale solo in caso il datore conosca lo stato della dipendente, ma anche qualora ne fosse all'oscuro.

Pertanto, una donna che venga licenziata e dimostri in sede di causa di essere in stato interessante, può vedersi ripristinato il suo ruolo all'interno della realtà lavorativa da cui era stata estromessa: tutto questo è documentato e stabilito dalla corte di Cassazione nel 2000. Come nel caso dei permessi di lavoro, anche il divieto di licenziamento è valido qualora si tratti di un caso di adozione o di affidamento di un minore, per un periodo che dura fino ai 12 mesi successivi dall'arrivo del bambino in famiglia.

Si tratta di un divieto assoluto?

Naturalmente, quanto detto finora non vale in maniera definitiva e per tutti i casi di licenziamento durante la gravidanza. È possibile concludere preventivamente il rapporto di lavoro, nei seguenti casi:

  • scadenza dei termini in caso di tempo determinato
  • grave colpa della lavoratrice e seguente licenziamento per giusta causa
  • termine dell'attività aziendale.

Per quanto riguarda le donne incinta che si occupano di lavori domestici, tale divieto è valido dal momento in cui la donna rimane in stato interessante, alla fine del congedo per maternità. Per quanto riguarda le lavoratrici stagionali, possono essere riassunte e hanno il diritto di precedenza al momento della nuova apertura stagionale successiva, sempre che questo periodo non coincida con quello in cui la donna è in congedo obbligatorio sempre per la maternità.



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