Tutti coloro che durante la propria carriera lavorativa hanno effettuato i versamenti contributivi, hanno diritto alla pensione. Esistono diverse tipologie di pensione, tra cui la pensione minima, che spetta a coloro che, in base al calcolo dei contributi versati durante la propria attività lavorativa, hanno maturato una pensione sociale di importo inferiore al minimo vitale.

In questo caso lo Stato aiuta gli interessati una somma di denaro integrativa rispetto alla pensione maturata. L’entità dell’Inps pensioni minime varia ogni anno. Il compito della riscossione dei contributi previdenziali spetta a determinati organismi, tra i quali l’Inps, l’Istituto nazionale per la Previdenza Sociale. I lavoratori che prestano sevizio nelle pubbliche amministrazioni invece versano i propri contributi all’Inpdap.

E’ importante sapere che è stato creato anche un Istituto per l’assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro e le Malattie Professionali, l’Inail. Tutti gli interessati possono oltre ai normali contributi decidere di rivolgersi ad associazioni di previdenza private, per la creazione di una pensione integrativa di vecchiaia.

La riforma Monti sull'importo delle pensioni minime INPS: requisiti in termini di anni di contributi e non solo

Il triste e complicato momento che il nostro paese sta attraversando a portato il Ministro Monti alla realizzazione di un decreto salva Italia, che apporterà diverse modifiche in materia di pensioni, tra cui l’età pensionabile. In base al decreto infatti, l’età minima per andare in pensione è di 66 anni per le persone che lavorano presso gli enti pubblici, senza distinzione di sesso. Le donne impegnate nel settore privato invece potranno andare in pensione a 62 anni, mentre gli uomini a 66.

I lavoratori autonomi uomini potranno andare in pensione a 66 anni e sei mesi, le lavoratrici autonome donne invece a 62 anni e sei mesi. Fortunatamente l’Inps pensioni minime non subiranno modifiche, anzi saranno ogni anno rivalutate in base all’incremento del costo della vita stabilito dall’Istat. Tutte le pensioni che sono inferiori a 2.341,75 euro al mese, saranno leggermente aumentate in base agli indici Istat, quindi stiamo parlando anche delle Inps pensioni minime. La riforma Monti ha stabilito anche a quali somme di pensioni il calcolo dell’incremento Istat non è concesso.

Maggiorazione delle pensioni minime: chi ne ha diritto?

persone anziane in pensione felici

Secondo il Ministro Monti non hanno diritto alla maggiorazione le pensioni che sono cinque volte superiori alla somma minima stabilita dall’Inps. Le pensioni che invece superano tre volte il trattamento minimo hanno diritto ad una maggiorazione del 70% dell’indice di accrescimento Istat.

Integrazione di informazioni per il 2015: pensionato in crisi di contribuzione?

La fotografia che emerge dalle ultime rilevazioni è molto allarmante sul tema dei pensionati: secondo quanto riporta il CER (Centro Europa Ricerche), quasi la metà dei pensionati, il 44%, riceve un assegno sotto i mille euro lordi. Si tratta di un popolo dalle vaste dimensioni, 7.4 persone, che hanno visto crollare il proprio potere d’acquisto dall’inizio della crisi ad oggi, ossia dal 2008. Se prima della crisi con questi assegni queste persone potevano vivere in modo dignitoso, con la stagnazione attuale il loro tenore di vita è calato sensibilmente.

E’ un’emergenza assoluta che dovrebbe essere trattata con maggiore attenzione dai media pubblici e soprattutto dalle istituzioni con quest’ultime invece che sottovalutano eccessivamente la problematica. I pensionati si ritrovano in questa situazione di impoverimento perchè dopo la crisi sono aumentate le tasse locali e i prezzi della spesa quotidiana mentre gli assegni sono rimasti sempre alle stesse cifre, non subendo invece un aumento in relazione al costo della vita. Sono aumentate anche le prestazioni sanitarie così come i farmaci e tutto questo non può essere ignorato da chi governa.

Coloro che ricevono assegni minimi e non percepiscono altre fonti di reddito sono considerate nella fascia della “povertà assoluta” e già questo dato dovrebbe gettare un grido d’allarme nel nostro Paese, soprattutto se paragonate con i privilegi assurdi delle pensioni d’oro, con assegni che arrivano anche alla scandalosa cifra di 91mila euro al mese. Andando avanti con la scala gerarchica, chi guadagnava come pensione circa 1500 euro, ha visto calare il proprio potere d’acquisto dal 2% al 7%.
Il sindacato che riunisce più di cinque milioni di sindacati, il CUPLA, ha chiesto urgentemente al Governo del Presidente del Consiglio Renzi una revisione delle pensioni minime, da innalzare dagli attuali 500 euro ad almeno 650 euro mensili. Una revisione che sia del 40% rispetto al salario medio percepito dagli italiani.

Altro provvedimento che chiede il CUPLA è l’estensione del bonus di 80 euro varato quest’anno dall’esecutivo anche se sul tema lo stesso Governo si è mostrato in un primo momento freddo perchè non ci sono le risorse necessarie per soddisfare l’intera platea dei beneficiari. Anche dall’opposizione si sono levate voci che sostengono l’innalzamento degli assegni minimi e la prossima Legge di Stabilità darà delle indicazioni se questo punto sarà affrontato o meno dall’esecutivo.

Categorie di lavoratori e cumulo di lavoro

Il cumulo della pensione sul lavoro è regolato dalla Legge n. 133 del 2008 (art. 19). Consiste sostanzialmente nella possibilità di protrarre la propria attività lavorativa anche dopo la pensione, pur continuando a percepire la stessa; esso è valido sia per le pensioni di anzianità che di vecchiaia ed è accessibile sia ai lavoratori autonomi che dipendenti.

Ci sono alcune categorie di lavoratori che però hanno dei limiti in materia di cumulo lavoro; questi soggetti sono: quelli che percepiscono pensioni legate a parenti superstiti; i lavoratori che cambiano la durata occupazionale da tempo pieno a part time; chi è in possesso di pensioni che prevedono assegni d'invalidità e di sostegno al reddito; le pensioni dei lavoratori socialmente utili risarcite in modo transitorio.

Un altra limitazione è legata ai dipendenti pubblici, che non possono applicare il cumulo lavoro della pensione a ulteriori redditi.

I lavoratori che rilevano assegni di invalidità e decidono di proseguire l'attività lavorativa sono inoltre soggetti a dei tagli pensionistici pari al 25 %, nei casi di reddito che oltrepassa di quattro volte il valore minimo previsto dall'Inps, e pari al 50% , se viene superato di cinque volte.

Quando chi percepisce l'assegno d'invalidità ha anche accumulato meno quaranta anni di contributi, sono previsti altri tagli del 30%, per gli autonomi, e del 50%, per i dipendenti.

Chiarimenti utili per il cumulo pensione

Ci sono alcune categorie di lavoratori che non possono cumulare il trattamento previdenziale con un altro reddito. Nell’elenco che segue sono presenti gli specifici casi in cui ci sono delle liitazioni nel cumulo.

  • I dipendenti pubblici.
  • Coloro che percepiscono un assegno d’invalidità.
  • Le persone che ricevono pensioni ai superstiti.
  • Coloro che ricevono pensioni dedicate ai lavoratori socialmente utili che sono state liquidate provvisoriamente.
  • Le persone che percepiscono assegni o contributi per il sostegno del proprio reddito familiare.
  • I lavoratori che da un contratto a tempo pieno passano a uno part time.

Com’è già stato detto in precedenza le persone che ricevono il pagamento di un assegno d’invalidità e però continuano a prestare un’attività lavorativa, subiscono dei tagli sul cumulo pensione di circa il 25% nel caso in cui il reddito prodotto sia superiore a quattro volte il trattamento minimo Inps annuale. Inoltre se nonostante il taglio, l’assegno che percepiscono è comunque superiore al minimo stabilito dall’Inps e l’intestatario non ha più di quaranta anni di contributi previdenziali, l’assegno subirà un ulteriore taglio, che varia in base alle situazioni che sono riportate nell’elenco che segue.

  • Il 50% della quota eccedente il minimo stabilito dall’Inps nel caso in cui il reddito sia da lavoro dipendente.
  • Il 30% della quota eccedente il minimo Inps nel caso in cui il reddito sia da lavoro autonomo.

Nel caso in cui il reddito superi di cinque volte il trattamento minimo dell’inps annuale la pensione subirà un taglio del 50%. Inoltre se nonostante la riduzione l’assegno rimane comunque superiore al minimo Inps, subirà la stessa decurtazione che si applica per i redditi che superano il trattamento di quattro volte. I professionisti che continuano a produrre redditi grazie alla lora attività lavorativa anche dopo il pensionamento sono tenuti a versare alle Casse di previdenza i contributi soggettivi minimi.

Nel caso in cui invece un lavoratore nonostante abbia il diritto a percepire la pensione decida di voler continuare a lavorare dal tempo pieno al part time, le ore lavorative che eseguirà non dovranno essere superiori alle diciotto ore settimanali. La loro pensione sarà chiaramente ridotta in relazione alla quantità di ore lavorate, fino a un massimo però del 50%.





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