Anche chi possiede un lavoro e uno stipendio sicuro potrebbe correre il rischio di essere licenziato a causa di motivazioni esterne alla sua volontà e al suo operato. Questo succede spesso all’interno di aziende o imprese, che sono spesso a rischio di fallimento o di crisi.

Il proprietario di una struttura imprenditoriale, operante nel settore produttivo, commerciale ecc., può avere infatti diversi problemi che lo possono costringere a dover rivedere l’assetto dell’azienda stessa e soprattutto a dover licenziare molti o tutti gli operai alle sue dipendenze.

In questi casi, l’imprenditore può infatti adottare il principio di mobilità, detto anche licenziamento collettivo.

Cosa si intende per licenziamento collettivo

Si verifica quando l’azienda, a causa di problemi interni alla stessa e legati a un periodo di crisi necessita di meno dipendenti; il proprietario dell’impresa si vedrà dunque costretto a ridimensionare il suo personale.

Indirizzato dunque a più lavoratori e non ad un singolo, nasce dall’esigenza di una trasformazione, di una riduzione oppure di una chiusura definitiva dell’operato dell’azienda in questione. Può avvenire solo per le imprese che hanno alle loro dipendenze più di quindici lavoratori. Il licenziamento collettivo è regolamentato dalla legge del 23 luglio 1991, numero 223.

Esistono due tipologie per quanto riguarda il licenziamento collettivo:

  • collocamento in mobilità: nel momento in cui un’azienda va in crisi, prende avvio il programma di cassa integrazione guadagni straordinaria ma solo nei casi in cui l’impresa in questione abbia più di quindici dipendenti. La legge autorizza questa procedura quando l’azienda non è in grado di reinserire tutto il personale seguendo quindi la via della mobilità. Il personale viene inserito successivamente nelle liste di mobilità e avranno la prelazione nelle future assunzioni del datore di lavoro. Per quanto riguarda invece l’indennità, essa spetta a chi ha almeno dodici anni di servizio ed è valida per 12 mensilità, che diventano 24 per gli over 40 e trentasei per gli over 50. In futuro, l’ASPI (Assicurazione Sociale Per l’Impiego) prenderà il posto di questa forma di licenziamento.
  • licenziamento collettivo: ciò avviene quando un’azienda con più di quindici dipendenti decide di licenziare almeno cinque persone in un lasso di tempo pari a 120 giorni, ossia quattro mesi, all’interno di una stessa provincia.

Come avviene?

Per effettuare le pratiche di licenziamento collettivo, il datore di lavoro dovrà informare in primis i sindacati, le RSA, se presenti, le associazioni di categoria, la Direzione provinciale del Lavoro, la Direzione regionale del Lavoro ed eventualmente anche il Ministero del Lavoro (nei casi più gravi).

Comunicazione

il licenziamento collettivo

La comunicazione dovrà riportare con precisione le motivazioni tecniche, organizzative e produttive del licenziamento stesso, nonché il numero dei licenziati e i tempi previsti per l’allontanamento lavorativo.

Verrà infine effettuata una consultazione (esame congiunto o confronto bilaterale) ed eventualmente anche un confronto trilaterale, al termine dei quali, anche in assenza di un accordo sindacale, il datore di lavoro potrà provvedere al licenziamento collettivo.

Il licenziamento collettivo è un atto che consente la cessazione dei rapporti di lavoro per un numero plurimo di dipendenti alle aziende che necessitino di ridimensionarsi, modificare pesantemente la produzione o concludere la propria via produttiva.

La procedura si è sviluppata a partire dalla legge 223/1991, approvata per adeguare il nostro paese alle normative CEE, e sta subendo anche adesso continue modificazioni per rendere il provvedimento più equo per entrambe le parti.

I presupposti per avviare il licenziamento collettivo

Nella maggior parte dei casi, il licenziamento collettivo è praticato per volontà di un’impresa che non riesca più a sostenere i costi di produzione, e individua come unica strada per la sua sopravvivenza la riduzione del personale. Per poter avviare il procedimento, l’azienda interessata deve avvisare per iscritto tutti i sindacati degli operai coinvolti e le organizzazioni provinciali della relativa categoria, la nota deve contenere, obbligatoriamente:

  • le cause che hanno determinato la scelta di procedere con il licenziamento;

  • le motivazioni (a livello tecnico, produttivo e di personale) a seguito delle quali non è possibile procedere altrimenti;

  • entità, posizione e occupazione dei dipendenti che si vuole licenziare;

  • le tempistiche per porre in essere l’atto;

  • le contromisure per limitare i problemi sociali derivati dal licenziamento o dal programma di mobilità.

Il versamento all’Inps

Alla dichiarazione di licenziamento collettivo va aggiunta una copia del pagamento all’Inps di una cifra che equivalga al massimo dell’integrazione salariale possibile, in modo da poter indennizzare il personale. A differenza del licenziamento, hanno diritto alla mobilità i dipendenti che facciano parte di aziende che possano usufruire della cassa straordinaria di integrazione.

Le tempistiche

Una volta comunicata la documentazione scritta, le parti interessate (l’azienda e i lavoratori, rappresentati dai sindacati), si devono riunire entro una settimana per discutere del piano di licenziamento collettivo, allo scopo di determinare se i presupposti sono validi e se esistono altre possibilità, come il trovare nuove destinazioni per gli impiegati tramite appositi contratti solidali.

Una volta avviato, il licenziamento collettivo deve concludersi entro 45 giorni dal suo inizio; l’azienda dovrà inoltre avvertire l’Ufficio provinciale del lavoro e i sindacati delle motivazioni che hanno portato ad un esito negativo delle consultazioni.

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Gli ultimi dati sulla disoccupazione riportano una situazione che deve essere analizzata oltre la valutazione dei singoli numeri percentuali. La disoccupazione infatti nel nostro Paese si attesta intorno al 12% con la diminuzione dei lavoratori inattivi (150 mila in meno rispetto all’ultimo trimestre). Questo perchè a causa della riforma delle pensioni varata dal Governo Monti, molte persone sono costrette a rimanere sul posto di lavoro, tra i 55 anni e i 64 anni. Allo stesso tempo si registra però un aumento nel secondo trimestre, in riferimento allo stesso periodo del 2013, del numero delle assunzioni (circa 80 mila in più) con una diminuizione per quanto riguarda licenziamenti e dimissioni. Ma se si va ad analizzare la realtà in profondità, ci si accorge che il numero degli occupati nello stesso periodo è calato di 105 mila persone in un anno, portando l’indice a un dato negativo, -0.2%. Infine, un aspetto positivo riguarda la propensione più accentuata delle imprese ad assumere, soprattutto tramite il contratto d’apprendistato. Il Governo Renzi, con la riforma del Jobs Act, vuole cambiare le tipologie di assunzione, con un contratto unico a tempo indeterminato a tutele crescenti. In questo caso, verrebbero concessi agevolazioni fiscali alle aziende che assumerebbero giovani facendoli entrare nel mondo del lavoro.





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