In Italia la ricerca di un lavoro, che soddisfi le esigenze del singolo e che sia conforme alle sue competenze, è davvero difficile. Mantenere inoltre lo stesso posto di lavoro risulta davvero complicato. Per non parlare poi dei tanti lavoratori che offrono le loro prestazioni senza contratto e in nero.

Si definisce disoccupazione in Italia, la condizione in cui si trovi un soggetto in età di lavoro che non sia una forza attiva nel mondo del lavoro, le possibili situazioni sono quelle di:

  • una persona che cerchi attivamente un impiego ma non riesca a trovarlo,
  • una persona che ha perso il lavoro che svolgeva (disoccupato in senso stretto),
  • un soggetto in cerca della prima occupazione.

Ovviamente lo stato di disoccupazione si contrappone a quello di occupazione.

Cause dell'aumento di disoccupati in Italia. In calo gli occupati

Tra le cause principali che portano alla disoccupazione vi sono:

  • i lunghi tempi del processo di ricerca di lavoro,
  • e la rigidità salariale.

A livello di macro economia il tasso di disoccupazione rappresenta il rapporto tra: il tasso di separazione dal lavoro e il tasso di ottenimento di occupazione. L'Italia soffre poi di una grande piaga che è quella del livello di disoccupazione che non sembra proprio diminuire ed è maggiore soprattutto tra i giovani, per non parlare degli inoccupati.

Anche se coloro che sono iscritti all'Inps hanno diritto all'indennità di disoccupazione e molti rimangono per lungo tempo in cassa integrazione percependo qualcosina, vivere da disoccupati resta comunque frustrante sia a livello economico che personale.

L'attuale situazione dei disoccupati in Italia (2015-2016)

Le statistiche Istat sull'attuale situazione dei disoccupati italiani sono davvero allarmanti e non consentono di certo agli Italiani e soprattutto ai giovani che ancora devono entrare nel mondo del lavoro di stare tranquilli e di dormire sonno sereni.

Su base annua l'aumento della disoccupazione in Italia è inoltre del 10, 9 % con 2,423 milioni di senza lavoro, dei quali 1,243 milioni sono uomini e un milione sono donne. Tale percentuale di disoccupazione è la più alta rilevata dal gennaio del 2004 e se si considerano le statistiche trimestrali si deve tener conto di quelle del terzo trimestre 2001.

Se a dicembre scorso il numero di occupati ammontava a 22 milioni 903mila (13,510 di milioni gli uomini, 9,393 milioni le donne), ora la diminuzione di tale valore si fa sempre più critica ed evidente. A dicembre infatti c'era una percentuale di occupazione del 56.9 % e l'inattività si aggirava sul 37,5 %.

Il tasso di disoccupazione giovanile è poi davvero allarmante; la percentuale è del 31 % con una diminuzione dello 0.2 % rispetto a novembre scorso e a una crescita consisistente però del 3 % su base annua.

I punti di percentuale di disoccupazione in Italia infine legate a uomini e donne, da tenere particolarmente d'occhio anche in base alle statistiche dei mesi e degli anni precedenti, sono le seguenti:

  • Uomini: occupati al 67,1%, disoccupati all'8,4% e inattivi al 26,7%;
  • Donne: occupate al 46,8%, disoccupate al 9,6% e inattive al 48,2%.

Facciamo chiarezza sui dati del 2016 e sulla domanda di disoccupazione

I dati non sono neutrali. Detto questo capiamo perché.
Tutte le fonti che snocciolano dati in questo senso lo fanno certamente a fin di bene ma chiaramente partono da alcuni punti di vista dissimili. Se infatti sommiamo Istat, Inps, Ministero del Lavoro, Banca d’Italia e Ocse, abbiamo spesso dei dati che difficilmente riescono ad essere messi in parallelo.

La Banca d’Italia ultimamente ci ha fatto sapere di essere tornati al numero di occupati pre-crisi mentre l’Inps ha fotografato una situazione totalmente diversa: con un 2016 caratterizzato dalla caduta libera dei contratti di lavoro.

Differenze di valutazione

Le differenze stanno nel fatto che la Banca d’Italia tiene presente nelle sue valutazioni anche tutti quei lavoratori che lavorano in Italia ma che non vi risiedono mentre l’Inps certifica tutti i nuovi contratti che vengono firmati ogni giorno. Da questo punto di vista possiamo dire che nei primi 8 mesi del 2016 il numero di nuovi contratti stipulati è calato dell’8,5% soprattutto in relazione al crollo dei contratti a tempo indeterminato che sono diminuiti del 32,9%.

Riduzione degli incentivi

Il drastico calo dei contratti a Tempo Indeterminato è certamente dato dalla riduzione degli incentivi che si è registrato da inizio 2016. Nonostante il numero di lavoratori sia molto simile a quello del 2008 bisogna sottolineare tuttavia che nel tempo il nostro paese ha visto un netto aumento della popolazione (l’Italia attualmente risulta l’ultimo paese in Europa per tasso di attività). In parallelo un altro aumento, certificato dall’Inps, è quello relativo al numero di licenziamenti per giusta causa (negli ultimi dodici mesi sono cresciuti del 31%); dato prevedibile in relazione alle novità introdotte sull’articolo 18 dal Job Act.

Indennità per chi non ha occupazione: rapporto di lavoro

L'indennità di disoccupazione corrisponde ad un'indennità economica, pari al 60% dell’ultima retribuzione percepita a cuiil disoccupato (assicurato) ha diritto per un periodo di 8 mesi; 12 mesi se l'ex lavoratore ha più di 50 anni di età.

Il sito TuttoInps per le info sull'indennità ai disoccupati italiani nel periodo di riferimento specifico

Sul sito TuttoINPS è possibile trovare tutte le informazioni relative all'indennità a favore dei disoccupati in Italia: requisiti, modalità di presentazione della domanda, decorrenza della domanda, cessazione e ricorso.

La cassa integrazione: che tipo di documento/servizio è?

La cassa integrazione è una prestazione economica che la legge italiana prevede per tutti i lavoratori sospesi dal lavoro o per i dipendenti che svolgono un orario di lavoro ridotto. E' anche conosciuta con l’acronimo CIG e corrisponde ad un importo erogato dall’INPS. Questo istituto ha il compito di sostenere le imprese che si trovano in una temporanea difficoltà facendo in modo che non debbano sostenere i costi di manodopera non utilizzata nel momento di crisi.

Un sussidio breve e puntuale sulla cassa integrazione Guadagni ordinaria

Si attiva nei casi in cui si verifichino degli eventi temporanei non imputabili all’imprenditore o ai lavoratori, al fine di sostenere l’impresa in difficoltà facendo in modo che non debba sobbarcarsi i costi di manodopera non utilizzata nel momento di crisi.

Le aziende richiedenti devono appartenere a questi settori:

  • Imprese del settore industriale, edile, agricolo
  • Imprese produttrici di impianti telefonici ed elettronici
  • Imprese addette al noleggio e alla distribuzione di film, sviluppo e stampa di pellicole

La durata massima è di 52 settimane nel biennio mobile (ovvero in un arco di tempo pari a 103 settimane consecutive). Ogni domanda non può tuttavia superare le 13 settimane, anche se sono possibile proroghe.
Può essere richiesta solo in presenza di eventi particolari, oggettivamente non evitabili, che causano il fermo dell'azienda per un tempo ragionevolmente limitato nel tempo: dopo la cassa integrazione, infatti, i dipendenti devono essere riammessi al lavoro.

Possono richiedere la Cigo le aziende che hanno subito

  • Disastri naturali
  • Contrazione del mercato
  • Mancanza di materie prime
  • Sciopero di un reparto della stessa azienda o di altra azienda collegata

Quanto guadagna un lavoratore in Cigo

Il trattamento è corrisposto dall’INPS ed equivale all’80% della retribuzione globale di fatto. Esistono però dei massimali. Ad esempio per il 2009 – e la normativa è ancora vigente – il massimale mensile era pari a € 886,31 che si alzava a € 1.065,26 qualora la retribuzione mensile fosse superiore a € 1.917,48.
Vi sono poi altri parametri da prendere in considerazione nel calcolo del trattamento.

Alla retribuzione mensile si deve, infatti, sottrarre una ritenuta previdenziale del 5,84% http://www.arealavoro.org/contributi-inps.htm. Ma, ragionando dalla parte del lavoratore, è possibile integrare lo stipendio mensile con varie indennità e/o maggiorazioni per turno.

Fronteggiare un'emergenza

La Cigs si differenzia dalla precedente a causa delle ragioni che inducono le aziende a richiederla: si tratta, infatti, di un intervento d'emergenza, ovvero di una delle seguenti situazioni (per ognuna delle quali, la durata della cassa integrazione è differente):

  • ristrutturazione, riorganizzazione aziendale; durata massima 2 anni più due proroghe di 1 anno
  • crisi aziendale che interessa il settore o il territorio; durata 1 anno consecutivo, prorogabile di 1 ulteriore anno.
  • fallimento, liquidazione coatta, etc.; durata massimo 1 anno, prorogabile di 6 mesi.

I beneficiari della cassa integrazione guadagni straordinaria sono: le imprese che abbiano avuto più di 15 lavoratori nel semestre precedente la richiesta. La legge prevede che un notevole numero di imprese possono, purché siano in possesso dei requisiti, avvalersi della cassa integrazione guadagni straordinaria.

Per quanto concerne i lavoratori, sia operai, impiegati (anche a tempo determinato) e quadri (intermedi) possono beneficiare di questo trattamento. La cassa può estendersi in casi eccezionali previa l’autorizzazione del Ministero del Lavoro. Il tetto massimo di durata è fissato in 3 anni nell'arco di 5 anni.

Fare richiesta

In ambedue i casi, la procedura prevedere diversi step. Occorre innanzitutto avviare una consultazione sindacale che non può protrarsi oltre 25 giorni (10 nel caso di aziende con massimo 50 dipendenti) dal suo inizio. Successivamente, si dà inizio ad una fase amministrativa, ovvero la presentazione della domanda da parte dell'impresa all'Inps. Una risposta dell'ente è tutto ciò che serve per dare il via all'istituto ordinario.

Per la cassa integrazione straordinaria, si apre invece una seconda fase consultiva sindacale e un'altra fase amministrativa, il cui interlocutore è, questa volta, lo stesso Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociale che, con decreto legge, può dare il via al sussidio. È tuttavia necessario che l'azienda presenti un programma di ripresa economica sufficientemente valido.

Dati Inps: cassa integrati in aumento

Secondo i dati Inps, ad Ottobre il numero di richieste sono aumentate del 19,3% rispetto Settembre e del 20,6% rispetto Ottobre dello scorso anno. Secondo il trend attuale, sarà possibile raggiungere il miliardo di ore di cassa concesse entro la fine dell'anno.
In controtendenza, invece, la disoccupazione che sembra diminuire sebbene con valore ad una sola cifra.

Lavoratori inattivi, i dati in Italia

Con la recente riforma del lavoro promossa dal Governo Monti, l’esecutivo spera di accendere le speranze anche a quella parte di lavoratori inattivi che dagli ultimi dati sono aumentati rispetto al passato. I lavoratori inattivi sono coloro che vorrebbero un posto di lavoro ma non lo cercano, perché convinti di non trovarlo.

I lavoratori inattivi sono circa tre milioni e si aggiungono alla quota dei disoccupati (circa due milioni, ossia l’8.4% della forza totale nel 2011) creando quindi un buco di circa cinque milioni di persone senza lavoro. I lavoratori inattivi si aggiungono alla quota dei disoccupati creando un buco di notevoli proporzioni, considerando il fatto che negli ultimi mesi i lavoratori disoccupati hanno raggiunto la quota spaventosa del 12%, addirittura raddoppiata rispetto a sette anni fa. Dai cinque milioni tra disoccupati e inattivi del 2011 si è arrivati un anno fa a toccare quota 6.4 milioni: una cifra allarmante e allo stesso indicativa di quanto il lavoro sia diventato una piaga in questo Paese. Un dato leggermente positivo riguarda i lavoratori inattivi che nel giugno 2014 sono calati di circa 28mila unità.

I numeri non tradiscono mai e sono per natura freddi e cinici: per questo motivo spiegheremo la situazione dei lavoratori inattivi attraverso delle statistiche che fotograferanno la difficile situazione che si vive nel nostro Paese:

  • +4.8% di lavoratori inattivi nel 2011 in più rispetto all’anno precedente
  • rispetto alla forza lavoro, la quota dei lavoratori inattivi sono l’11.6%; sempre prendendo per riferimento la totalità della forza lavoro divisa per sesso, il 16.8% sono donne mentre il 7.9% uomini
  • +3% dei lavoratori inattivi nella fascia compresa tra 15 e 24 anni dal 2010 al 2011 (nel 2010 era il 30.9%, nel 2011 il 33.9%)
  • il 42,6% degli scoraggiati dichiara di non cercare lavoro perché sicuro di non trovarlo
  • l’incidenza degli scoraggiati è pari al 47% nelle Regioni meridionali
  • titolo di studio degli scoraggiati: per metà queste persone non hanno neanche la licenza media mentre un quinto sono laureati

Lavoratori inattivi, il confronto con l’Europa

I dati allarmanti in Italia inducono ad una più seria riflessione se si paragonano questi numeri alla media europea: ne esce fuori un quadro che vede il Bel Paese in una situazione di profonda difficoltà. Ecco il confronto prendendo sempre come riferimento il 2011, anno di disgrazia della situazione economico-finanziaria dell’Italia:

  • in rapporto alla forza lavoro, la percentuale di lavoratori inattivi in Italia è di molto superiore alla media europea: 11.6% in Italia, 3.6% in Europa
  • il confronto con gli altri maggiori Paesi dell’Europa è allarmante: Francia (1,1%), Grecia (1,3%), Germania (1,4%) e Regno Unito (2,4%)
  • la forbice tra le donne inattive sul totale della forza lavoro rispetto agli uomini è minore in Europa rispetto che in Italia. In Europa la differenza è meno del 2% (4.5% a fronte del 2.8%) mentre in Italia questo divario è quasi del 9% (16.8% a fronte del 7.9%)
  • Sottoccupati part time: in Italia i sottoccupati part time rappresentano solo il 5% degli otto milioni totali dell’Unione Europea.

Nei conteggi dei dati su chi non ha un impiego stabile, la quota dei lavoratori inattivi va considerata a parte da quella dei disoccupati e un dato triste è rappresentato che nel 2013 i primi hanno superato in percentuale i secondi. Tra gli inattivi, ci sono gli scoraggiati, ossia coloro che non cercano un lavoro perchè sono convinti di non trovarlo. Si parla di un esercito da più di un milione di persone: una quota paurosa, che fa capire quanta forza lavoro ci sia in realtà nel Bel Paese ma che non viene sfruttata per il sistema attuale che ha portato a una grossa depressione inducendo le persone a non cercare neanche più un’occupazione.

Tra i lavoratori inattivi, ci sono poi quelli definiti “choosy”, ossia quelli disposti a non accettare qualunque posto di lavoro pur di avere un’occupazione: queste persone, due anni fa, avevano superato quota centomila unità. Infine, c’è un ultimo indicatore del mercato lavorativo, rappresentato dai sottoccupati part time, che hanno superato abbondantemente il mezzo milione di persone. Questo dato purtroppo è in crescita ed è un’arma a doppio taglio per alcuni datori di lavori che sfruttando la disoccupazione crescente in Italia offrono stipendi minimi convinti che le persone accetteranno pur di avere un’occupazione. C’è tuttavia anche l’altra faccia della medaglia, rappresentata dalle tasse alte che non permettono ai datori di lavoro di poter assumere personale proprio per l’alto costo da dover assorbire a bilancio. Entrambi i fattori portano quindi all’inevitabile stagnazione che è oggi presente in Italia. La speranza è che le prossime riforme possano portare ossigeno e benefici a imprese e lavoratori.





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