Fra le novità proposte nella riforma del mercato del lavoro da parte del Governo Monti, particolare rilevanza hanno le modifiche previste per le tipologie contrattuali. Infatti, per i contratti di lavoro come la collaborazione a progetto e il tempo determinato (oltre ad altre tipologie contrattuali diverse dall'indeterminato), si sono studiate delle modifiche sostanziali atte a disincentivarne l'uso da parte delle aziende, così da favorire l'integrazione a tempo indeterminato per i lavoratori più giovani. Il Governo Renzi ha puntato a modificare ancora di più questo campo attraverso la stipula del Jobs Act che ha come obiettivo quello di riformare il mercato del lavoro.

Modifiche del contratto di collaborazione a progetto

Il contratto di collaborazione a progetto è stata una delle tipologie contrattuali più discusse ma anche più utilizzate dalle aziende negli ultimi anni. Gli interventi della riforma sono volti a favorire una restrizione dell'utilizzo di questa forma contrattuale, andando a rendere più rigide le discipline delle collaborazioni coordinate e continuative..

Per scoraggiare l'uso di questa pratica, il governo ha previsto una serie di disincentivi da attualizzare sia in sede normativa che per quanto riguarda i contributi ad essa afferenti.

Innanzitutto, è prevista dal punto di vista normativo una ridefinizione del concetto di contratto a progetto, in maniera più stringente: il contratto a progetto non deve essere infatti una semplice riproposizione dell'oggetto sociale da parte dell'azienda o impresa committente; inoltre verrà abolito il concetto di programma, mentre sarà introdotto il concetto di presunzione relativa, per quanto riguarda la subordinazione della collaborazione in caso di una attività a progetta simile ad una già svolta in precedenza con una stessa azienda committente, da parte dello stesso lavoratore.

Per scoraggiare il recesso del committente prima della scadenza o del completamento del progetto, viene eliminata la possibilità di introdurre clausole di tipo di individuale.

Un ultimo provvedimento in sede disciplinare sulla riforma del contratto a progetto, riguarda una chiarificazione della norma sul regime delle sanzioni, l’art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276/2003,

Modifiche sul regime contributivo del contratto a progetto

riforma contratti a progetto

Per quanto riguarda l'ambito dei contributi, nella riforma del contratto a progetto in corso si va verso l'introduzione di una maggiorazione dell'aliquota contributiva attualmente a favore della gestione separata dell'INPS: questo per ottimizzare l'avvicinamento alle aliquote che sono attualmente in atto nel lavoro di tipo dipendente.

Contratto a progetto: cosa cambia con Renzi?

Le novità previste nel Jobs Act hanno come scopo quello di cambiare le modalità dei contratti a progetto in una riforma che punta anche a ridurre il tanto famoso articolo 18. Partendo dal primo punto, l’esecutivo ha esteso la durata di questa tipologia di contratti fino a 36 mesi (prima l’arco di tempo era fissato a un anno) con la possibilità di proroga all’interno di questo lasso di tempo di otto volte massimo. Il numero di coloro che possono essere assunti tramite il contratto a progetto non deve superare la soglia del 20% per cui se un’azienda ha dieci dipendenti, due lavoratori possono essere integrati con questa forma di contrattualizzazione. Per le imprese con meno di cinque dipendenti, si può assumere un lavoratore sotto questa tipologia di contratto. Per quanto riguarda invece l’articolo 18, l’intenzione del Governo è quella di stiupulare un contratto unico a tutele crescenti per il quale nei primi tre anni viene abolito l’articolo 18, con il lavoratore che dopo questo arco di tempo torna ad avere i benefici della legislazione per quanto concerne il licenziamento e l’eventuale reintegro.

Le critiche sul mercato del lavoro

I contratti a progetto hanno scatenato in questi anni molte polemiche e dibattiti: è veramente una soluzione utile oppure è solo un incentivo alla precarietà, con i giovani che non possono organizzarsi il futuro visto che non possono contare su un contratto indeterminato? E’ la flessibilità il futuro di questo Paese? Gli ultimi dati sulla disoccupazione sono abbastanza allarmanti visto che la quota ha superato il 12%, percentuale raddoppiata rispetto al 2007. Si stima che la maggior parte dei contratti stipulati avvenga proprio attraverso la forma a progetto che se da una parte aiuta gli occupati dall’altra ovviamente non gli permette di crearsi un futuro, soprattutto se tutto ciò avviene per un vantaggio del datore di lavoro di non contrattualizzare nessuno a tempo indeterminato. C’è anche il nodo delle tasse che pesa come un macigno: le imposte sono molto alte e una defiscalizzazione in materia permetterebbe agli imprenditori di poter investire più risorse sull’assunzione di dipendenti, che a loro volta troverebbero un’occupazione stabile, con la conseguente rinascita del consumo e dell’economia visto che ci sarebbero più soldi all’interno del sistema. Diventa ovvio pensare quindi che il limite posto da Renzi sia stata una scelta dettata dall’abuso di questa forma di contrattualizzazione. Il dibattito in sede parlamentare è ancora tutto da sciogliere e bisognerà aspettare le prossime mosse dell’esecutivo per capire bene la portata e i benefici sulla comunità di questo prospetto di riforma del mercato del lavoro.



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