In caso di parto prematuro, la legge 53/2000 stabilisce che l’astensione obbligatoria dalle attività lavorative debba comunque essere di 5 mesi. Quindi se la lavoratrice-mamma non ha goduto del periodo pre-parto di 2 mesi, potrà aggiungere ai tre mesi post-parto i giorni non goduti prima del parto, nel limite massimo di cinque mesi. In caso di parto prematuro la lavoratrice dovrà presentare il certificato attestante la data del parto entro un mese dal lieto evento.

 E’ un diritto della donna godere di questo lasso di tempo:

  • durante i 2 mesi precedenti la data presunta del parto,
  • nei 3 mesi successivi al parto.

Lavorare fino all'ottavo mese

In tal caso il periodo di astensione obbligatoria dalle attività lavorativesarà di un mese prima del parto e quattro mesi di maternità dopo la nascita del bimbo.

Quali documenti presentare al datore di lavoro per ottenerla?

Prima di questo periodo, la futura mamma dovrà presentare agli uffici INPS e al datore di lavoro i seguenti documenti:

  • le domande per corrispondere l’indennità di maternità, complete della data di inizio dell’astensione obbligatoria dalle attività lavorative, come viene previsto dall’articolo 15 della legge numero 1204/71 e le successive modifiche,
  • il certificato medico della gravidanza redatto sul modulo in dotazione alla ASL che indica, tra l’altro, il mese di gestazione (in data della visita) e la data presunta del parto.

Astensione obbligatoria in caso di parto prematuro

In caso di parto prematuro, la legge 53/2000 stabilisce che l’astensione obbligatoria debba comunque essere di 5 mesi. Quindi se la lavoratrice-mamma non ha goduto del periodo pre-parto di 2 mesi, potrà aggiungere ai tre mesi di maternità post-parto i giorni non goduti prima del parto, nel limite massimo di cinque mesi. In caso di parto prematuro la lavoratrice dovrà presentare il certificato attestante la data del parto entro un mese dal lieto evento. La flessibilità dell’astensione obbligatoria dal lavoro per la gestante può essere esercitata soltanto nel caso in cui sia un ginecologo del SSN e un medico competente per la salute nei luoghi di lavoro validino che tale scelta non pregiudichi la salute della gestante e del bambino.

Colf e padri

Oltre a prevedere un periodo in cui obbligatoriamente la futura madre deve astenersi dal lavoro, la Costituzione Italiana tutela le donne specificando al datore di lavoro l'impiego vietato o limitato in caso di gravidanza. Infatti, stando all'articolo 37, l'impiego può essere garantito solo se vengono consentite una serie di funzioni di tipo familiare e soprattutto che la mamma ed il suo bambino siano protetti e non vivano in una condizione di continuo pericolo.

Gli impieghi più a rischio per le gravidanze

astensione obbligatoria

L'astensione obbligatoria vale innanzitutto il lavoro notturno dalle ore 24 alle 6 per tutte quelle donne che hanno accertato il loro stato di gravidanza, fino a quando il bambino non compia i 12 mesi di vita.
Fra le varie tipologie di lavoro di cui è fatto divieto alle donne incinte, abbiamo quelli pericolosi, faticosi ed insalubri, elencati nell'allegato A del Decreto numero 151/2001. Fra questi rientrano ad esempio i lavori che richiedono di stare in piedi per un periodo superiore a metà dell'orario di lavoro, oppure di utilizzare utensili che siano in grado di vibrare, oppure lavorare in reparti particolari come quelli per le malattie mentali, infettive e nervose.

astensione obbligatoria

Anche lavorare sulle navi o come pilota oppure assistente di volo per quanto riguarda gli aerei.
Esiste anche un allegato B al suddetto Decreto, che proibisce alle donne incinte (e quindi solamente durante questo periodo di 9 mesi), di effettuare lavori che espongano a radiazioni o ad agenti particolari come quelli biologici e fisici. Anche l'esposizione ad agenti chimici è pressochè vietata, specie nel caso di lavori con il piombo o derivati dello stesso.
Naturalmente, viene fatto divieto alle donne incinta anche di effettuare lavori in luoghi sotterranei come le miniere.

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