L’astensione obbligatoria è un diritto a tutela delle lavoratrici in “dolce attesa”. E’ un diritto della donna godere di questo lasso di tempo:

  • durante i 2 mesi precedenti la data presunta del parto,
  • nei 3 mesi successivi al parto.

Lavorare fino all'ottavo mese

L’articolo 12 della legge del 28 marzo 2000 stabilisce la possibilità per la futura mamma di decidere di lavorare fino all’ottavo mese di gravidanza. In tal caso il periodo di astensione obbligatoria sarà di un mese prima del parto e quattro mesi dopo la nascita del bimbo.

Quali documenti presentare per ottenere l'astensione?

Prima di questo periodo, la futura mamma dovrà presentare agli uffici INPS e al datore di lavoro i seguenti documenti:

  • la domanda per corrispondere l’indennità di maternità, completa della data di inizio dell’astensione obbligatoria, come prevista dall’articolo 15 della legge n.1204/71 e successive modifiche,
  • il certificato medico di gravidanza redatto su apposito modulo in dotazione alla ASL indicante, fra l’altro, il mese di gestazione (alla data della visita) e la data presunta del parto.

Astensione obbligatoria in caso di parto prematuro

In caso di parto prematuro, la legge 53/2000 ha stabilito che l’astensione obbligatoria debba comunque essere di 5 mesi. Quindi qualora la lavoratrice- mamma non abbia goduto del periodo pre-parto di due mesi, potrà aggiungere ai 3 mesi post-partum i giorni non goduti prima del parto, nel limite massimo di 5 mesi. In caso di parto prematuro la lavoratrice deve presentare il certificato attestante la data del parto entro 1 mese dall’evento. La flessibilità dell’astensione obbligatoria dal lavoro per le gestanti può essereesercitata solo nel caso in cui sia un ginecologo del SSN che un medico competente per la salute nei luoghi di lavoro attestino che tale scelta non pregiudichi la salute della gestante e del bambino.

Colf e padri

Questo diritto è riconosciuto anche alle lavoratrici a domicilio e alle colf. L’astensione obbligatoria post-partum è stata estesa anche al padre lavoratore nel caso in cui l’assistenza della madre al neonato sia diventata impossibile per morte o grave infermità o nel caso il padre abbia l’affidamento esclusivo della prole.

Oltre a prevedere un periodo in cui obbligatoriamente la futura madre deve astenersi dal lavoro, la Costituzione Italiana tutela le donne specificando i lavori vietati o limitati in caso di gravidanza. Infatti, stando all'articolo 37, il lavoro può essere garantito solo se vengono consentite una serie di funzioni di tipo familiare e soprattutto che la mamma ed il suo bambino siano protetti e non vivano in una condizione di continuo pericolo.

I lavori più a rischio per le gravidanze

Viene vietato innanzitutto il lavoro notturno dalle 24 alle 6 per tutte quelle donne che hanno accertato il loro stato di gravidanza, fino a quando il bambino non compia i 12 mesi di vita.
Fra le varie tipologie di lavoro di cui è fatto divieto alle donne incinte, abbiamo quelli pericolosi, faticosi ed insalubri, elencati nell'allegato A del Decreto n. 151/2001. Fra questi rientrano ad esempio i lavori che richiedono di stare in piedi per un periodo superiore a metà dell'orario di lavoro, oppure di utilizzare utensili che siano in grado di vibrare, oppure lavorare in reparti particolari come quelli per le malattie mentali, infettive e nervose.

Anche lavorare sulle navi o come pilota oppure assistente di volo per quanto riguarda gli aerei.
Esiste anche un allegato B al suddetto Decreto, che proibisce alle donne in stato di gravidanza (e quindi solo durante questo periodo di 9 mesi), di effettuare lavori che possano esporle a radiazioni o agenti particolari come quelli biologici e fisici. Anche l'esposizione ad agenti chimici è pressochè vietata, specie nel caso di lavori con il piombo o derivati dello stesso.
Naturalmente, viene fatto divieto alle donne incinta anche di effettuare lavori in luoghi sotterranei come le miniere.



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